MUSEO CIVICO ANGIULLI




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CHIESA DI SAN BONAVENTURA


L’edificio viene inaugurato nel 1684, nasce come convento dei frati Alcantarini (ordine religioso di tipo Francescano che nasce in Spagna; vengono chiamati dai napoletani “I Prievt scauz” dato che, sia d’estate che di inverno, andavano in giro a piedi nudi, essendo questo il loro voto di povertà). L’edificio riveste un’importanza forte nella storia di S. Maria. Rimane convento fino al 1861 (anno dell’unità d’Italia), in questo periodo il governo italiano prende un provvedimento: tutti i beni ecclesiastici appartenenti al regno delle due Sicilie diventano proprietà dello stato, senza possibilità di discussione, quindi il governo espropria beni e denaro, mentre l’edificio viene lasciato al comune insieme a tutto quello che i frati hanno lasciato dentro; ovviamente l’ordine degli Alcantarini si oppone, facendo così nascere un contenzioso giuridico che terminerà nel 1865, con l’acquisizione dell’edificio da parte del comune. Quest’ultimo se lo palleggia per una decina di anni, dato che i consiglieri comunali non sapevano di che farsene date le piccole dimensioni delle celle (in quanto i frati avevano fatto voto di povertà). Questi dibattiti li risolve lo stato nel 1878, in quanto requisisce l’edificio e lo trasforma in carcere femminile per una decina di anni per poi diventare un carcere minorile nel 1888, rimanendo tale fino al 1998 (ovvero l’anno in cui apre il carcere minorile di Aiola, con metodologie più moderne, edificio nuovo di zecca ecc..; facendo quindi chiudere i due carceri minorili storici della Campania: il Filangieri di Napoli e l’Angiulli di S. Maria). L’edificio diventa centro di giustizia minorile, ovvero dove i ragazzi a rischio venivano ospitati nell’edificio ma non nella struttura carceraria, cioè il carcere non ha più funzione. A questo punto il comune rientra in possesso della parte che riguarda il carcere, quindi le celle situate al piano superiore, la chiesa e tutti gli ambienti situati al piano terra inerenti alla struttura; cucina, mensa, biblioteca, armeria ecc… Come prima mansione il comune colloca nell’edificio i servizi sociali per un due/tre anni. Dal 2004 si rendono conto della sciocchezza fatta inserendo i servizi sociali e trasformano l’edificio in luogo della cultura, quindi viene individuato come luogo per la biblioteca, per il museo civico e l’archivio storico.
La chiesa:
La prima cosa che salta all’occhio è il quadro di Luca Giordano dove i fregi sembrano realizzati in stucco, ma in realtà sono realizzati in cartapesta, l’opera ha 400 anni. L’attenzione cade poi sul tabernacolo che presenta un’iscrizione in ebraico arcaico, che significa “Jahvè”, ovvero il nome ebraico di Dio/Gesù. Il pavimento è diviso in patri bianche e parti rosse, queste vengono richiamate da un tappeto centrale, una striscia laterale e il richiamo delle parti rosse al centro. C’è da dire che questo pavimento è stato ristrutturato, ma è stato ristrutturato in modo da lasciare un messaggio di un qualcosa che si trova all’interno dell’edificio  In questa zona è stato autorizzato un ulteriore scavo della durata massima di 30 giorni, l’ultimo giorno sono state ritrovate le tombe e il cimitero dei frati Alcantarini, quindi si dà una risposta al messaggio che ci ha lasciato la ristrutturazione del pavimento. La scala d’accesso al cimitero parte dall’esterno dell’edificio, una volta invece, era accessibile dalla strada. Chi arrivava in chiesa poteva scegliere se accedere al cimitero o assistere alla funzione religiosa. C’è in più un ulteriore cimitero che però non è stato possibile trovare (il che spiega l’ulteriore striscia sul pavimento della cappella).
Sotto l’altare maggiore della chiesa è stato ritrovato un altro altare dedicato a San Marco confessore, quest’ultimo è il più antico del IV° secolo. Al centro dell’Ipogeo (sepolcri o ambiente sotterraneo) c’è un’altra fossa detta “comune”.
Come mai ci troviamo un quadro di Luca Giordano a S. Maria C.V?
Perché i frati francescani alla fine del 1682 avevano esaurito i fondi e il comune di Santa Maria non era più disposto a concederne altri, si rivolgono al vice re di Napoli, che fu designato dal re di Spagna, chiamato marchese di Los-Velez originario di Murcia (sud della Spagna), la stessa regione dalla quale venivano i frati Alcantarini.
Così i frati si rivolgono a questo marchese e quest’ultimo concede gli ultimi fondi per terminare la cappella, però il marchese voleva che la chiesa fosse dedicata non a San Marco confessore ma a San Bonaventura, facendo così questa cortesia, il marchese fece realizzare un quadro da un suo amico chiamato “Luca vag e press” chiamato così perché era molto rapido a terminare i propri lavori, in realtà il suo nome reale era Luca Giordano, ed ecco spiegata la presenza a S. Maria di un suo quadro.
All’interno del quadro viene rappresentato San Bonaventura con gli occhi rivolti verso l’alto, e i suoi occhi sono perfettamente allineati con quelli di Gesù bambino.
Gesù bambino viene ripreso in una posa plastica (un effetto di rilievo illusorio), ovvero quando i bambini si buttano tra le braccia di persone conosciute.

San Bonaventura è in perfetta armonia sia con Gesù bambino sia con la Madonna, questo è un messaggio che fa capire che nel momento in cui il santo scrive è ispirato dalla sola presenza di Gesù bambino, essendo uno dei due frati dotti della chiesa delle origini (coloro che hanno fondato l’ordine dei francescani, scrivendone le regole ovvero san Francesco e lo stesso Bonaventura). Il cappello cardinalizio (quello rosso in basso) rappresenta i molteplici rifiuti di San Bonaventura di diventare cardinale, ma accettò, infine, l’incarico per risolvere disguidi legati all’ambito ecclesiastico


L'iscrizione in latino di Alessio Simmaco Mazzocchi (Per secoli il più grande erudito d'Europa, studioso di filologia)                                                     

"Fermati un attimo tu che ti trovi a passare, devo dirti poche cose/due parole.
Benedetto XIII° pontefice massimo, si fermava, andando e venendo da Benevento, spessissimo in questo luogo, da questa finestra benediceva il popolo che accorreva numerosissimo, 1727.
Questo, a te che ti sei trovato a passare, viaggiatore, ti volevamo far sapere, ti ho detto tutto quello che c'era da dire, te ne puoi andare (ABI)

L'informativa di Alessio Simmaco vuole dire che il papa Benedetto XIII° veniva spesso in questo monastero, si affacciava dalla finestra (dove ora è situata l'iscrizione) e benediva tutti i cittadini che accorrevano numerosi, redatta nel 1727.
Al tempo la città di Santa Maria capua vetere era Concattedrale, ovvero che il Vescovo faceva aventi e indietro tra Capua e Santa Maria, e il suo palazzo (Chiamato, palazzo Melzi) era situato a piazza Matteotti, dove oggi c'è l'università.
Si riflette su un particolare:
Perché il Vescovo, con un palazzo così grande e bello, vicino al duomo di Santa Maria, veniva molto spesso nella cappella degli Alcantarini?

La scritta in alto, sempre in latino, presa dall'antico testamento (Levitico ventiseiesimo capitolo) "Abbiate Terrore quando vi avvicinate al nostro santuario" questo è dio che parla, ma un dio del vecchio testamento, un dio giudice, ovvero che punisce l'uomo (si sa che con l'avvento del nuovo testamento, quindi con la nascita di Gesù, il messaggio cambia con misericordia ecc...). Normalmente nelle chiese Alcantarine non si trovano messaggi dell'antico testamento, ma tutte iscrizioni appartenenti al nuovo testamento (Gesù e apostoli).

Pararrelamente al convento di suore Alcantarine, si sa anche come si seppellivano i morti dell'ordine: i loro morti li seppellivano seduti. Li legavano seduti in una nicchia, con un pezzo di legno dove appoggiavano le braccia e li vestivano con ornamenti e abiti sacri e, periodicamente, c'era un monaco (chiamato monaco scolatore) che pungeva il cadavere, dato che una volta morto, il cadavere entra in decomposizione, i tessuti si decompongono e si gonfiano; sotto il cadavere era presente un vaso di terracotta che raccoglieva i liquidi, quindi questo monaco pungeva il cadavere per favorire lo scolo dei liquidi. Da qui nasce il detto “puozz scula’”.

Ad una prima vista e in un primo ragionamento, si cercano subito un insieme di sepolcri o un cimitero, ma non si trova niente; solo in seguito al ritrovamento delle piante dell'edificio   Vediamo sulla piantina che sono iscritte le antiche sepolture, possiamo vedere dalle stesse che i cimiteri erano addirittura due.




La parte antica dell’edificio risale al V° e VI° secolo, quest’area viene indicata dagli studiosi come il “Bosco sacro dell’antica Capua”; nei pressi di questa zona, sono stati trovati i resti del tempio delle madres maduras, precisamente vicino al teatro Fellini a Curti (prima chiamato Patturelli, che prese il nome della famiglia che abitava in zona e sono anche coloro che hanno realizzato gli stucchi della reggia di Caserta) e nella metà del 1800 vennero ritrovate le statue (all’epoca dipinte) delle madres maduras, ma non vennero ritenute importanti, essendo realizzate in tufo, infatti le poche che si possono trovare non sono in buone condizioni. In quest’area del bosco sacro c’era la tradizione, da parte delle famiglie, di rivolgersi alla dea della fertilità e della natalità, e nel momento in cui ricevevano la grazia erano solite realizzare un’offerta in base alla loro disponibilità economica (chi di oro, chi di bronzo, chi di legno ecc.).

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